ghiribizzi

Qui sotto trovi un ghiribizzo scelto a caso per te; aprilo, poi continua a navigare usando le icone sopra.

Fabrizio De Andrè, Un matto (1971)

Qui i matti ci stanno proprio bene: da un po’ sono ricomparsi all’orizzonte del nostro lavoro. Poi la canzone è bellissima.
Trascrivo qui anche la poesia cui si ispira.

Frank Drummer (Edgar Lee Masters, 1916)

Out of a cell into this darkened space –
The end at twenty-five!
My tongue could not speak what stirred within me,
And the village thought me a fool.
Yet at the start there was a clear vision,
A high and urgent purpose in my soul
Which drove me on trying to memorize
The Encyclopaedia Britannica!

Tom Waits, Time (1985)

Sarà vero che la memoria diventa sempre più piccola come un treno che si allontana?
Basta aspettare che il tempo passi e sapremo darci il responso. Ma anche la luce verde del grande Gatsby era lontana, a volte impercettibile nella nebbia sul lago, eppure potentissimo segnale di ciò che viene dal passato a insegnarci la speranza in ciò che ancora deve arrivare.

Sylvie Genovese, Un paese vuol dire non essere soli – Ricordo di Pavese (Mario Pogliotti, 1964)

Sylvie Genovese suona e racconta la chitarra: si tiene da parte, dice, non è nel suo spirito essere protagonista, piuttosto accompagnare, sostenere: così chitarra e chitarrista vivono molte vite. Mentre racconta mi sembra di sentire un’affinità tra me archivista e la sua chitarra. Poi suona, e canta. Tra le altre, una canzone dedicata a Pavese.

Paolo Conte, Una giornata al mare (1974)

L’anno prossimo questa pennellata se ne va nella sezione separata del nostro archivio.
Chi cerca trova? Dipende da dove cerca. Cerco ragioni e motivi di questa vita, ma l’epoca mia sembra fatta di poche ore…
Ma non demordiamo: questa estate proviamo a scartabellare nelle ombre di un sogno o forse di una fotografia lontani dal mare con solo un geranio e un balcone.

León Gieco, La memoria (2002)

Qui la memoria è sogno, rifugio, spina della vita e della storia. Ma un titolo non basta per conquistarsi l’onore del ghiribizzo: la canzone con la sua splendida malinconia ci ricorda (proprio!) un aspetto fondante del nostro lavoro, e ce lo rende anche più caro.

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore (William Joyce, 2011)

Siamo noi ad andare dai libri o loro a venire da noi? Nel mondo del Signor MenoPiù i libri costruiscono una utopia, organizzano una comunità allegra e attraente: non ci sono folle fuori dalla casa tappezzata di volumi, ma persone coscienti e motivate che vogliono arricchire il loro presente con pensieri e parole di altri.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

È facile sorridere dell’ingenuità del commissario e della sua guida nei meandri dell’archivio e nelle meraviglie del progresso. Chissà quanto faranno sorridere le nostre, di ingenuità. Grazie ad Andrea Calzolari che ci ha ricordato questa scena da un film memorabile.

Documento ambulante

Pubblicità elettorale a Lucknow, in India.

A Brindisi nel 2009 pensavano di vendere così magliette e felpe

Passeggiando per il corso di palme ci siamo imbattuti in un negozio dall’insegna improbabile. Cosa gli sarà saltato in testa al padrone quando lo ha aperto? voleva darsi un tono culturale? o era una battuta autoironica sulla sua  non più verde età? mai lo sapremo, lui non c’era. Ma sarà difficile che i regali comprati là si possano scartare…

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

Evocazione poetica, a saperla seguire.

Haruki Murakami, Tokyo blues (Norwegian wood), 1987

Scarto preventivo.

Ogden Nash, The germ, 1950

Concise and to the point.

Sigmund Freud, Studi sull’isteria, 1895

Una metafora del lavoro di analisi come svuotamento di un archivio tenuto in buon ordine.
O meglio, lo svuotamento di un archivio come uno dei tre tipi di disposizione delle memorie che si incontrano nell’analisi.

Robert Harris, Fatherland, 1992

In un esercizio di storia controfattuale Harris immagina il mondo dopo una seconda guerra mondiale vinta dalla Germania nazista. Un mondo in cui non si sa nulla dello sterminio. Ma lo sterminio ha avuto la sua preparazione e ha prodotto una sua burocrazia. E i suoi archivi, che qualcuno, nella fantasia di Harris, testardamente indaga.
Mette i brividi leggere gli estremi cronologici di quella serie che, senza Stalingrado e la Normandia, avrebbe potuto tracimare al 1950.

José Saramago, Tutti i nomi, 1997

In un sito del genere poteva mancare il compagno Saramago? compagno degli archivisti, dico…
E se “tutti i nomi” deve essere, allora rispolveriamo il clamoroso incipit dove non manca quasi nulla delle problematiche archivistiche. E della vita. Quasi.

Alberta Basaglia, Le nuvole di Picasso, 2014

C’è modo e modo di scoprire la realtà e porsi delle domande. Una bambina e un archivio che le apre un mondo.

Il Ghiribizzo (Ghirus bizzarrus)

cos’è un ghiribizzo?

Centenario della prima guerra mondiale

A modo nostro.

Don DeLillo, Libra (1988)

In quanti modi si può dire che c’è vita negli archivi?

Well the smart money’s on Harlow
And the moon is in the street
And the shadow boys are breaking
All the laws
And you’re east of East Saint Louis
And the wind is making speeches
And the rain sounds like a round of applause
And Napoleon is weeping
In a carnival saloon
His invisible fiancee’s in the mirror
And the band is going home
It’s raining hammers, it’s raining nails
And it’s true
There’s nothing left for him down here
And it’s time time time
And it’s time time time
And it’s time time time that you love
And it’s time time time
And they all pretend they’re orphans
And their memory’s like a train
You can see it getting smaller
As it pulls away
And the things you can’t remember
Tell the things you can’t forget
That history puts a saint in every dream
Well she said she’d stick around
Until the bandages came off
But these mama’s boys just don’t know
When to quit
And Mathilda asks the sailors
”Are those dreams or are those prayers?”
So close your eyes, son
And this won’t hurt a bit
Well things are pretty lousy
For a calendar girl
The boys just dive right off the cars
And splash into the street
And when they’re on a roll
She pulls a razor from her boot
And a thousand pigeons
Fall around her feet
So put a candle in the window
And a kiss upon his lips
As the dish outside the window
Fills with rain
Just like a stranger with the weeds
In your heart
And pay the fiddler off
’Til I come back again

Los viejos amores que no están,
la ilusión de los que perdieron,
todas las promesas que se van,
y los que en cualquier guerra se cayeron.

Todo está guardado en la memoria,
sueño de la vida y de la historia.

El engaño y la complicidad
de los genocidas que están sueltos,
el indulto y el punto final
a las bestias de aquel infierno.

Todo está guardado en la memoria,
sueño de la vida y de la historia.

La memoria despierta para herir
a los pueblos dormidos
que no la dejan vivir
libre como el viento.

Los desaparecidos que se buscan
con el color de sus nacimientos,
el hambre y la abundancia que se juntan,
el mal trato con su mal recuerdo.

Todo está clavado en la memoria,
espina de la vida y de la historia.

Dos mil comerían por un año
con lo que cuesta un minuto militar
Cuántos dejarían de ser esclavos
por el precio de una bomba al mar.

Todo está clavado en la memoria,
espina de la vida y de la historia.

La memoria pincha hasta sangrar,
a los pueblos que la amarran
y no la dejan andar
libre como el viento.

Todos los muertos de la A.M.I.A.
y los de la Embajada de Israel,
el poder secreto de las armas,
la justicia que mira y no ve.

Todo está escondido en la memoria,
refugio de la vida y de la historia.

Fue cuando se callaron las iglesias,
fue cuando el fútbol se lo comió todo,
que los padres palotinos y Angelelli
dejaron su sangre en el lodo.

Todo está escondido en la memoria,
refugio de la vida y de la historia.

La memoria estalla hasta vencer
a los pueblos que la aplastan
y que no la dejan ser
libre como el viento.

La bala a Chico Méndez en Brasil,
150.000 guatemaltecos,
los mineros que enfrentan al fusil,
represión estudiantil en México.

Todo está cargado en la memoria,
arma de la vida y de la historia.

América con almas destruidas,
los chicos que mata el escuadrón,
suplicio de Mugica por las villas,
dignidad de Rodolfo Walsh.

Todo está cargado en la memoria,
arma de la vida y de la historia.

La memoria apunta hasta matar
a los pueblos que la callan
y no la dejan volar
libre como el viento.

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo.
Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

“Credi davvero che Asahikawa non sia tanto male?” chiese Reiko.
“È un ottimo posto, “ dissi. “Verrò a trovarti presto.”
“Sul serio?”
Annuii. “Ti scriverò.”
“Mi piacciono tanto le tue lettere. Peccato che Naoko le abbia bruciate tutte. Erano belle.”
“Tanto, le lettere sono lettere,” dissi. “Che tu le bruci o le conservi, quello che rimane e quello che si deve perdere si perde.”
“Va bene va bene. Ma senti, se devo esser sincera sto morendo di paura, ad andare da sola ad Asahikawa. Perciò tu scrivi, mi raccomando. Se leggo le tue lettere è come averti sempre accanto.”
“Allora te ne scriverò tante. Ma stai tranquilla. Una persona come te se la caverà bene dappertutto.”
“Ho l’impressione che mi sia rimasto dentro qualcosa. Sarà solo l’impressione?”
“Dicevi che a te della vita restavano solo i ricordi. Saranno quelli,” dissi ridendo. Anche lei rise.

A mighty creature is the germ,
Though smaller than the pachyderm.
His customary dwelling place
Is deep within the human race.
His childish pride he often pleases
By giving people strange diseases.
Do you, my poppet, feel infirm?
You probably contain a germ.

Era come se si svuotasse un archivio tenuto in buon ordine. Nell’analisi della mia paziente Emmy von N. sono contenuti analoghi fascicoli di ricordi, anche se non altrettanto numerati e descritti. Essi costituiscono però un fatto del tutto generale in ogni analisi e si presentano ogni volta in un ordine cronologico, altrettanto sicuro dell’ordine di successione dei giorni della settimana o dei nomi dei mesi per la persona mentalmente normale, e rendono difficile il lavoro dell’analisi per la loro particolarità di invertire, nella riproduzione, l’ordine di successione originario; l’esperienza più recente, più fresca del fascicolo viene per prima come “copertina”, e la fine è data da quell’impressione con la quale in realtà la serie è incominciata. Ho indicato il raggruppamento di ricordi omogenei in una pluralità linearmente stratificata (quale si ha nel fascicolo di una pratica d’archivio, in un pacco di documenti, ecc.) come formazione di un tema.

Halder spiegò la procedura. L’archivio funzionava secondo i principi di un magazzino. Le richieste dei dossier pervenivano a ogni piano a un servizio centrale. Lì, nei registri alti un metro e spessi venti centimetri, era tenuto l’indice principale. Accanto a ogni dossier era annotato il numero dello scaffale. Gli scaffali si trovavano negli adiacenti magazzini antincendio. Il segreto, spiegò Halder, stava nel sapersi destreggiare con l’indice generale. Passò accanto ai volumi rilegati in pelle cremisi, batté sul dorso di ognuno fino a quando trovò quello che cercava, e lo portò al banco del dirigente del piano.

Una volta March era sceso sottocoperta sulla portaerei Grossadmiral Raeder. Gli abissi del Reichsarchiv gliela ricordavano: soffitti bassi con file di lampade, la sensazione di qualcosa d’immane che gravava dall’alto. Accanto al banco c’era una fotocopiatrice… uno spettacolo raro in Germania, dove la loro distribuzione era controllata rigorosamente per impedire che i sovversivi riproducessero testi vietati. Una dozzina di carrelli vuoti era allineata accanto all’ascensore. March poteva vedere in ogni direzione per una cinquantina di metri. Era tutto deserto.

Halder proruppe in un’esclamazione di trionfo: «Segretario di Stato: Fascicoli dell’ufficio, 1939-1950. Oh, Cristo! Sono quattrocento scatole. Che anni vuoi vedere?».

«Il conto sulla banca svizzera era stato aperto nel luglio ’42, quindi facciamo i primi sette mesi di quell’anno.»

Halder girò il foglio e continuò a parlare a se stesso. «Sì, ecco cosa hanno fatto. Hanno ordinato i documenti in quattro serie: corrispondenza d’ufficio, verbali e promemoria, statuti e decreti, personale del ministero…»

«lo cerco qualcosa che colleghi Stuckart a Buhler e Luther.»

«Allora è meglio incominciare con la corrispondenza del­l’ufficio. Così ci faremo un’idea di quello che succedeva allora.» Halder prendeva appunti. «D/15/MI28-34. Bene. Andiamo.»

Il Magazzino D era venti metri a sinistra. Lo scaffale 15, sezione M, era proprio al centro. Halder disse: «Sono soltanto sei scatole, grazie a Dio. Tu prendi quelle da gennaio ad aprile, io quelle da maggio ad agosto.»

Erano scatole di cartone, e ognuna aveva le dimensioni di un grosso cassetto da scrivania. Non c’erano tavoli, e perciò sedettero sul pavimento. Con la schiena appoggiata allo scaffale metallico. Mach aprì la prima scatola, estrasse un fascio di carte e incominciò a leggere.

 

(la citazione è presa dalle pagine 241-242)

Sopra la cornice della porta c’è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. Su sfondo bianco, le lettere nere annunciano Conservatoria Generale dell’Anagrafe. Lo smalto è crepato e sbrecciato in alcuni punti. La porta è antica, l’ultimo strato di vernice marrone si sta scrostando, le venature del legno, visibili, ricordano una pelle striata. Ci sono cinque finestre sulla facciata. Appena si varca la soglia, si sente l’odore della carta vecchia. Certo è che non passa giorno senza che in Conservatoria entrino incartamenti nuovi, degli individui di sesso maschile e di sesso femminile che fuori continuano a nascere, ma l’odore non cambia mai, in primo luogo perché il destino di ogni foglio nuovo, subito dopo l’uscita dalla fabbrica, è quello di cominciare a invecchiare, in secondo luogo perché, di solito più spesso sui fogli vecchi, ma tante volte su quelli nuovi, non passa giorno che non si scrivano cause di decessi e relativi luoghi e date, ciascuno apportando i propri particolari odori, non sempre offensivi per le mucose olfattive, come dimostrano certi effluvi aromatici che di tanto in tanto, impercettibilmente, attraversano l’atmosfera della Conservatoria Generale e che i nasi più fini identificano come un profumo composto metà di rosa e metà di crisantemo.

Questa volta ero decisa: volevo scappare dai baci umidi di tutte le vecchie zie matte e sdentate. Ma dove infilarmi? In bagno mi avrebbero subito scovata. Avevo bisogno di un angolo più nascosto e meno frequentato. Prendo un corridoio a destra e apro una porta a sinistra. Stanza ovattata, gli scuri accostati. La luce del sole entra appena. Inizio a guardarmi intorno. Una scrivania, due sedie girevoli, un grande mobile archivio pieno di cassetti e scaffali lungo la parete destra. Mi avvicino e inizio a osservare quelle grandi cartelle di cartone chiuse con delle fettucce di stoffa giallastre.

Erano tante, impilate lì dentro, una di fianco all’altra. L’inchiostro sul frontespizio è ingrigito. Parrebbe dal tempo. E infatti leggo: anno 1899. La cartella pesa. La sfilo dallo scaffale e la appoggio sulla scrivania. Accendo la luce della lampada da tavolo che mi trovo accanto e sciolgo il fiocco giallastro e impolverato. Afferro il faldone di fogli che mi si para davanti e prendo la mia lente di ingrandimento dalla tasca. Inizio: “Tabella nosologica – Numero d’ordine 64, anno 1899. G. Romana, 18 ottobre ’99, anni 11. Religione: Cattolica. Costituzione fisica: Ordinaria. Diagnosi: frenopatia .. fran.” (ma qui non si capisce bene. La scrittura adulta e affrettata, inclinata verso destra come a voler scorrere il più in fretta possibile, non mi fa leggere con chiarezza, però la parola finale, quella si che la capisco: Epilettica). “Esito: non migliorata. Trasferita, marzo 1903.”

Sopra la scritta “Tabella nosologica”, una foto. Di una bambina che mi guarda un po’ storto e con un mezzo sorriso. E’ seduta. Le mani appoggiate sulle cosce, una sopra l‘altra. Ha l’aria tranquilla e un bel colletto di pizzo bianco che risalta sul vestito scuro. Nel bianco nero sgualcito e seppiato quell’immagine mi rimbalza addosso e lo sguardo, un po’ storto anche il mio, mi ritorna sulla voce “esito”: non migliorata trasferita. Trasferita dove? E perché?

Piccolo roditore che passa lunghi periodi in un profondo stato di letargo. Spesso però si sveglia dal suo sonno e fa cose strane, come cuocersi un piatto di spaghetti in piena notte o invitare altri ghiribizzi a un pigiama party.

(da Gualtiero Bordiglioni, Zoovocabolario. Dizionario enciclopedico riccamente illustrato degli animali che vivono nelle parole, Emme edizioni, San Dorligo della Valle (Trieste), 2012, p. 32)

e grazie, tante grazie a Daniela Marendino per il cadeau!!!

Sentinella: “Chi va là?”
Oreste Jacovacci: “Ma che fai aho, prima spari e poi dici chi va là?”
Sentinella: “È sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo! Chi siete?”
Oreste Jacovacci: “Semo l’anima de li mortacci tua!”
Sentinella: “E allora passate!”

(La grande guerra, 1959, regia di Mario Monicelli)

– Voglio che tu apra un nuovo dossier, – le rispose, – prima di andar via dall’ufficio. Fair Play for Cuba. In una bella cartelletta rosa.

– E che cosa ci metto dentro, nel dossier?

– Quando apri un dossier, Delphine, è solo questione di tempo e il materiale ci piove dentro. Appunti, elenchi, foto, chiacchiere. Tutti i frammenti e le briciole e i sussurri del mondo che non hanno una vita finché qualcuno non arriva a raccoglierli. Sta tutto lì, ad aspettare soltanto te.